Provate a fare a meno del basso. Vi renderete conto di quanto è importante.

Frank Zappa una volta disse: “Pochissime persone suonano per scelta il basso. Ad alcuni tra il pubblico piace ascoltare il basso, perché amano le frequenze gravi e quel che gli mettono in corpo. Ma il ruolo del bassista in un gruppo generalmente non è il ruolo più eccitante, perché deve suonare figure ripetute. I bassisti spesso sono chitarristi falliti, degradati a questo compito dopo un incontro di gruppo nel garage quando erano tutti tredicenni”.

Si fa un gran parlare della leggenda che vuole i bassisti un po’ come il mio vecchio amico Bacci in porta nelle partitelle perché a calcio era proprio negato. Insomma gioca pure insieme a noi perché comodo fai comodo, ma mettiti in porta e speriamo che la palla ti batta addosso. C’è poi un’altra leggenda che vuole il bassista un po’ come l’amico bruttino che diventa ottima spalla quando l’altro più discreto deve rimorchiare, che vuole il bassista fare il lavoro sporco e il chitarrista prendersi il merito per intendersi. È un po’ il pensiero che gira attorno ai microfoni radiofonici, quando la mentalità di molti porta a pensare che in fondo si possa far a meno del regista, di colui che sta sul mixer, perché in fondo “non spiccica mai parola quindi che ci sta a fare in radio?!” Credo che non sia necessario stare a sottolineare quanto questo pensiero sia sbagliato. Nel mondo radiofonico, per questione di esperienza, posso affermare con ancora più decisione che il “Tellox Dj” è fondamentale in una diretta radio. C’è un’ulteriore leggenda che vuole “l’epico scontro” tra bassisti e chitarristi, con questi ultimi spesso frontman delle rispettive band che sbeffeggiano gagliardi i primi impegnati a lavorare in seconda linea a testa bassa perché, si sa, hanno il basso in mano non per scelta ma perché hanno fallito con la più nobile chitarra e sono stati relegati al ruolo di “accompagnatore” (come ci racconterebbe Frank Zappa appunto!). Forse il bassista, per natura, è veramente colui che si mette a servizio senza pretendere di stare su un piedistallo. Forse per essere bassisti non si può essere persone egocentriche (per lo meno non troppo), il bassista ha la coscienza di non voler essere il numero 10 con i riflettori sempre puntati ma sa che per far girare bene la squadra serve anche un gran mediano, magari con i piedi non buonissimi ma con gran polmoni che è sempre lì nel mezzo, finché ce n’ha! “Bassisti brava gente” verrebbe da dire. Sia chiaro, non sono qua a tessere le lodi dei bassisti gran lavoratori e disprezzare i chitarristi che si fanno belli con le persone sotto il palco, non potrei mai, anche solo per difendere la categoria dei super egoncetrici (alla quale, ahimè, appartengo eccome!). È mia intenzione, come al solito, sviscerare, stuzzicare, curiosare, far parlare e farmelo raccontare dagli addetti ai lavori, dai diretti interessati. Sarà dunque vero che il bassista non se lo fila mai nessuno? Se parliamo di bassisti che a testa bassa, senza tanti fronzoli, fanno il loro lavoro egregiamente, tra i primissimi nomi che mi vengono in mente c’è quello dell’amico Marco Bachi. Da anni imbraccia il basso in nome della mitica Bandabardò e con questo ha calcato un numero sconfinato di palchi e con ques….vabbè dai, Marco non ha certo bisogno delle mie presentazioni. Lui, a differenza di diversi musicisti che ho conosciuto, affacciandosi alla musica per la prima volta non ha scelto la chitarra per poi diventare in un secondo momento bassista, non so se sia nato con la camicia, ma di sicuro è nato col basso in mano.. merce rara insomma!                                                                                                               “Per me, quello con il basso” mi racconta “è stato un innamoramento totale fin dall’inzio. Spesso i musicisti hanno alle spalle famiglie di musicisti, io invece provengo da una famiglia che nutriva un disinteresse totale per la musica. Mi ricordo che il primo stereo che acquistai, a 12 anni a metà con mio padre, era un’autoradio. In casa mia se volevo ascoltare la musica dovevo andare in macchina”.                                                                                                         Notate quanta voglia, quanto desiderio di musica può scaturire da un ragazzo adolescente che, immaginatevelo, nel mese di Gennaio con il termometro che indica sotto zero si copre tutto e se sta in macchina fermo ad ascoltare i suoi artisti preferiti. È proprio vero che anche la musica spesso tira più di un carro di buoi.                                                                       “Io mi sono innamorato subito del suono, mi ricordo che sull’autoradio alzavo sempre i bassi per godermi a pieno la frequenza che mi faceva vibrare la pancia. Andavo matto per i Police, molto probabilmente è merito loro se io ho deciso di buttarmi sul basso”. Come dicevo prima, dei tanti bassisti che ho intervistato ricordo ben pochi di loro che mi hanno raccontato di un innamoramento immediato del basso, molti sono passati prima dalle corde della chitarra. È così in effetti? Il bassista spesso e volentieri è prima chitarrista?                                             “Vero, o meglio, poteva essere vero fino a qualche anno fa. Gli strumenti classici sono la chitarra, la batteria e la voce e sicuramente il basso è uno strumento relativamente marginale, ma negli ultimi anni il ruolo del basso si è senza dubbio evoluto. Spesso e volentieri le linee di basso hanno proprio una loro “cantabilità” e anche questo aspetto ha fatto sì che il basso diventasse sempre di più uno strumento a sè che si porta dietro un certo appeal. In fondo la funzione del basso è fondamentale. E’ solo che le persone, spesso e volentieri, non se ne rendono conto”.                                                                E’ curiosa questa sorta di “spaccatura” che mi salta all’orecchio, che poi se ci fermiamo a rifletterci sopra appare piuttosto scontato il fatto che sia presente: da una parte ci sono i musicisti (o comunque coloro che si sono affacciati alla musica e che presto lo diventeranno) che hanno dalla loro una certa cultura musicale e il classico orecchio per carpire l’importanza e l’appeal di uno strumento piuttosto che di un altro. Dall’altra c’è l’ascoltatore, a volte con un discreto orecchio che se vogliamo si avvicina a quello del musicista, ma altre volte (spesso) che ascolta per godersi la canzone ma non ne carpisce le sfumature fondamentali. Non siamo qua ad elogiare i primi e denigrare gli altri, ognuno della musica fa quello che vuole. Marco mi fornisce uno spunto più che interessante: il basso è come la maggior parte delle cose, ci accorgiamo della sua importanza quando non c’è più.                                                                                                            “C’è un rapporto molto fisico tra il basso e chi lo ascolta. Noi bassisti siamo in assoluto i responsabili del “ballare o non ballare” delle persone. E’ proprio per questo che molti non si rendono conto dell’importanza del basso fino a quando quest’ultimo non smette di suonare: uno dei fenomeni che mi viene in mente è il famoso drop, molto spesso usato nella musica dance, ovvero quando il pezzo si prosciuga e il basso va via. Il momento in cui il basso riattacca (spesso lo fa insieme alla batteria) è proprio quello in cui le persone cominciano a saltare come matti. Le persone non sanno cosa succede, non sanno di preciso cos’è il basso ma sentono forte questa fisicità, questa pulsione”.

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Allora torniamo per un attimo ai miei pensieri iniziali, a quelli che hanno smosso la mia voglia di trattare questo fenomeno: possiamo quindi affermare che la leggenda che vuole i bassisti calcolati zero dal pubblico (e considerati lo strumento meno utile di una band) è vera per metà, ma comunque vera.                                                                                                    “Ci sono indubbiamente degli strumenti (e quindi chi li suona) che risaltano più all’occhio e risultano più riconoscibili dal punto di vista sonoro, ma la fortuna di noi bassisti è proprio questa fisicità che porta l’ascoltatore, quasi senza volerlo, a rendersi conto di quanto sia importante il basso”.                                                                                               Beh, volontariamente o no l’importante direi è che se ne accorga. Non credo che Marco, o il bassista in generale, abbia bisogno di conferme per il lavoro che svolge, uno da l’anima per quello che fa e le soddisfazioni se le porta a casa, ma sono convinto che comunque sia fonte di grande gioia riuscire a creare questa fisicità col pubblico e venire ricordati al termine di un concerto. Per un artista o per chi presta la sua dote ad un interlocutore esterno venire apprezzato e ricevere feedback positivi rimane sempre fondamentale, ne va della carriera, ne va dell’autostima soprattutto. In questi termini mi viene da fare un altro pensiero, che si distacca un po’ da quello di cui abbiamo parlato fin’ora ma è un tema al quale son molto legato e al quale, con i Tre Luppoli in radio, dedichiamo molto tempo. Ormai mi conoscete, credo, quando si parla di artisti “sconosciuti” che vengono piano piano apprezzati dal pubblico mi accendo come un fumogeno e la voglia di “sfruttare” l’esperienza di Marco diventa troppo forte. Si fa un gran parlare, ormai è sulla bocca di tutti, di questo “nuovo indie italiano”. Non mi interessa (almeno adesso) stare a sindacare su chi veramente sa di cosa si parla quando tratta l’argomento indipendenti, vorrei rubare qualche altro minuto a Marco per capire cosa ne pensa dei nuovi artisti che stanno riempiendo le rotazioni delle radio, ragazzi (più o meno giovanissimi) che fino un annetto fa riempivano i locali di amici stretti e che adesso polverizzano i biglietti di ogni singola data del loro tour. Che piacciano o no, per come la vede il sottoscritto, personaggi come il fenomeno del momento Coez oppure Brunori, Motta, i Selton, Paradiso con i suoi TheGiornalisti, i Canova, la stessa Levante o Ghali (per citarne alcuni) sono fonte di grande speranza per chi continua a provarci ogni giorno e ogni giorno rincorre quel maledetto sogno nel cassetto. Marco si accende in maniera particolare su tre di questi nomi, due in maniera più che positiva.

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“Motta mi piace molto, sta facendo cose bellissime, ma in maniera particolare mi piace molto Brunori! Brunori è fantastico, è la classica dimostrazione che “chi la dura la vince”. Dopo tanti anni di collaborazioni e di gavetta vera ha fatto un disco splendido, scritto, arrangiato e prodotto molto bene e che è stato, e continua ad essere, giustamente strapremiato sia dal punto di vista di vendite che di live. Inoltre ha portato in tour uno spettacolo splendido. Brunori è la dimostrazione che quando hai qualcosa di vero da dire, come lo sono le storie che lui racconta, prima o poi al pubblico arrivi”.                                                                                                                    Queste parole volendo sarebbero tranquillamente da prendere ed appendere in camera vostra, son grasso che cola e che alimenta la speranza di cui parlavamo prima. E’ incredibile anche come la speranza, spesso e volentieri, vada a braccetto con la pazienza. Il lavoro duro e continuativo verrà riconosciuto (si pensa, o si spera!) serve caparbietà e santa pazienza. Senza dubbio quello che Marco ha inciso sui dischi della Banda e su quelli delle tante, belle, collaborazioni che ha avuto è roba bella, di quella da riascoltare e riascoltare. Ed è roba bella per un “semplice” motivo, secondo il mio modesto parere: è roba fatta col cuore, con umiltà e voglia di dimostrare che quando fai musica per la gioia di farla e per far godere chi ti ascolta anche il basso, che si pensa che nessuno calcoli mai nemmeno per sbaglio, è capace di far innamorare di sè le persone.                                                                                 Buona vibra cari bassisti, buona vibra Marco. Che le vostre corde sconquassino le nostre pance ogni volta che ci incontriamo!
…Giamba

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