Quel faticoso muro chiamato felicità..

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..vi ricordate quel bellissimo film con protagonista Will Smith ambientato nella altrettanto favolosa San Francisco? Narra della vera storia di un signore che investe i risparmi di una vita su un affare di cui era stra convinto gli facesse sbarcare il famoso ed agognato lunario. La storia prosegue con l’investimento che si rivela un fallimento e con questo signore, nel frattempo abbandonato anche dalla moglie, costretto a vagare per la città per rimediare almeno un tetto e un piatto caldo per il suo piccolo figlio. Nell’assoluta povertà e, a tratti, disperazione l’uomo continua a ripetersi che non può permettersi di mollare. Specie nel momento in cui la vita gli offre una seconda possibilità sotto la faticosa ma troppo intrigante forma di un concorso di lavoro all’interno di una mega azienda che si occupa di finanza. Non può mollare per suo figlio, non può mollare per se stesso, non può farlo. Ne va della sua felicità. “Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare una cosa. Se hai un sogno tu lo devi difendere. Se vuoi qualcosa va e inseguila”.  Questa frase, diventata il mantra di tante persone (anche di chi vi sta scrivendo), la ripete a suo figlio sperando in cuor suo che non debba arrivare il momento in cui quel qualcosa è riuscito si a prenderselo. Ma da un’altra parte. Questo signore ha trovato la sua felicità ed è disposto a spendersi per prendersela. Ecco vi siete mai chiesti se la felicità sia una cosa che realmente dobbiamo cercare ogni giorno della vita o se magari ti arriva tra capo e collo un giorno? Io sono di quelli che pensano che la felicità sia come un muro fatto di vari mattoncini, che poi sono i vari aspetti e ambiti della tua vita in cui ti spendi. Devi farti muratore e tirartelo su. La felicità dipende dalle scelte che fai e da come lotti per portarle avanti. Anche dalla tua capacità di fare marcia indietro o virare al volo se la tua scelta iniziale si rivela un errore. Anche (e soprattutto direi) dalla tua capacità di carpire che quella scelta, quella strada, è quella giusta. Nonostante tutti provino a convincerti del contrario. Ed è un bel casino se pensate a quanto ci vuole a tirarlo su il muro e quanto poco, a seconda di che mattone si spacca, ci mette a crollare.
E allora siamo tutti un po’ Chris Gardner? Se pensiamo a come coltiviamo il sogno di veder trasformarsi la nostra passione in pane quotidiano direi di si. Pensate a come sudate ogni giorno per arrivare a quel tassello di felicità dato dalla vostra passione che diventa lavoro. Pensate a come le provate tutte per farcela, proprio come il buon Chris. Vaga il giorno per San Francisco determinato a piazzare gli ultimi scanner a disposizione per potersi permettere di far mangiare e dormire suo figlio sotto un tetto. Passa la sera e la notte a piazzare i mattoni che completino quel muro, studiando per poter passare il concorso ed essere assunto nella finanza. Quanti di voi lavorano tutto il giorno per poi chiudersi, la sera, in studio a provare/registrare o in camera a scrivere? O, se anche il vostro mattoncino si chiama radio, mettersi le cuffie e trovare un modo carino di presentare la musica e rendere ascoltabile quello che dite? Ho portato con me in questo trip in cui rimbalzo dal Golden Gate alle rive dell’Arno una persona che non solo ha messo e sta mettendo i suoi mattoncini, ma che lavora per fornire alle cosiddette band emergenti calce, livelle e tutto ciò che serve per far star su il loro di muro. L’amico che sono andato a disturbare questa volta si chiama Andrea Biagioni e non ha bisogno di molte presentazioni. Se dal nome non vi è chiarissimo vi si accenderà una lucina al momento che vi dirò che uno dei suoi mattoni si chiama Urban Blackout. Un mattone fortemene voluto dopo che qualche compratore non ha visto di buon occhio i suoi scanner.
“L’Urban”,mi spiega, “nasce da una proposta. Nel 2013 lavoravo in una radio di Prato, che propose di fare un contest. Io avevo già organizzato un contest due anni prima, un progetto che si era arenato  per motivi inspiegabili, dal momento che le band erano rimaste molto soddisfatte. Ero rimasto molto amareggiato, quindi quando la mia radio propose di rimettere in piedi il contest, chiamai subito il mio “socio”, Folco Vinattieri e ci mettemmo al lavoro. Nacque la prima edizione, ma poi la radio si tirò indietro e noi decidemmo di continuare. Nacque definitivamente l’Urban Blackout.”
Si capisce subito che Andrea e Folco si trovano sulla mia stessa linea di pensiero: quando quella è la tua felicità, la tua passione, non importa se chi hai intorno ti abbandona o ti incita ad abbandonare. Tu persisti con i tuoi mattoni. Devi solo prepararti una calce più resistente perchè gli urti si faranno sempre poiù forti.
“E infatti noi siamo ancora qui, gli altri no, perché se si parte dall’idea che un contest debba nascere dalla necessità di creare dal nulla un utile, vuol dire che hai sbagliato del tutto la base su cui costruire il progetto. E Urban Blackout non è solo contest, perché noi continuamo a collaborare con le band anche dopo, organizzando serate live, produzioni video e in studio”. Sarà che Chris, nell’attività di vendita degli scanner ci metteva si impegno per vendere ed accaparrarsi un utile, ma non tutta la passione possibile. Passione che invece ha messo nel mondo della finanza. Ma d’altronde a Chris, in quel momento, serviva quell’utile più della passione per andare avanti. Ci sono dei momenti in cui uno deve mangiare, e lì purtroppo servono i soldi. Che poi è lo stesso pensiero che ha un gestore di un locale quando deve organizzare la serata, come si diceva con Lorenzo Pucci ed Emanuele Richiusa. Per questo cercano “l’usato sicuro?”
“Il punto credo stia nel fatto che chi gestisce il mercato musicale di oggi (e non solo musicale) non ha più interesse a fare il cosidetto “scouting”. Il mercato attuale vuole il prodotto finito, la novità desta l’attenzione di questi commercianti della musica, solo se i social la elevano fino ai loro uffici. E anche i live risentono di questo, perché chi organizza si concentra solo sui nomi che riempiono le sale, le possibilità per gli emergenti si riducono e ci vogliono anni per affermarsi. Invece, il live è l’aspetto più importante per la crescita di una band”.
È qui che entra in gioco l’Urban?
“Esatto, Urban Blackout cerca di inserirsi in questo vuoto. Diamo alle band la possiblità di suonare su un palco importante come quello del Capanno 17, cerchiamo di capire chi deve essere valorizzato, a che punto del loro percorso artistico sono e parliamo con loro per aiutarli a migliorare. Loro ci aiutano a capire di cosa invece una band ha bisogno e per questo che stiamo allargando la nostra organizzazione ad altri aspetti, oltre che al contest e basta”. Tante band con le quali ho parlato mi hanno sempre detto che, oltre che una bella occasione per farsi conoscere, il contest è un grande stimolo. La voglia di farcela sopra agli altri deve essere una spinta fortissima. Non facendosi la guerra, semplicemente un po’ di sana competizione. La stessa competizione che ha smosso Chris quando ha partecipato al concorso per quel posto di lavoro. Lui non odiava gli altri candidati, non voleva arrivare sopra a loro per umiliarli. Però immagino che sentirsi il migliore tra tanti altri, soprattutto dopo che la moglie lo aveva abbandonato perché perdente, deve avergli fatto spingere sull’acceleratore ancora di più. E poi un contest come l’Urban risulta molto stimolante, indubbiamente, anche per quello che c’è in palio.
“Sicuramente! Basti pensare che il primo premio consiste in un tour estivo di tre date che partirà a Luglio e si chiuderà nella prima decade di Settembre. La band vincitrice salirà sul palco del Marea Festival di Fucecchio, poi su quello del Mengo Music Fest di Arezzo e si chiuderà con un esibizione per la rassegna “Prato//Settembre è Spettacolo”. Il secondo premio è un videoclip musicale, che sarà realizzato dai neonati Urban Blackout Studios, mentre il terzo premio consiste in una sessione di registrazione presso il 121 Decibel Audio recording Studio di Firenze”.
A questo punto mi viene in mente un aspetto e una domanda per il buon Andrea. Penso alla forma di contest più conosciuta dalla gente, più ambita (forse) da tanti ragazzi e più discussa e criticata dagli addetti ai lavori: il talent show. In quanto contest (famoso e con tanta roba in palio per di più) sembrerebbe una manna dal cielo per gli artisti emergenti. È veramente un mattoncino per la felicità? È davvero così utile per questi ragazzi?
“No. E’ una bella vetrina e se uno decide di provarci fa bene a farlo e non deve essere oggetto di scherno per questo e credo anche sia giusto seguirli perché, che lo si voglia o no, sono una faccia non trascurabile del mondo musicale. Magari meglio farlo col contagocce, ecco,  però ho potuto ascoltare dei talenti straordinari in programmi come X-Factor, The Voice, ecc. Il problema è che chi ha talento viene strozzato dalle dinamiche di mercato, diventa il manichino che deve vestire un abito preconfezionato, perché secondo i soloni dell’industria musicale il pubblico preferisce quell’abito e, quindi, come se dicessero ai musicisti “se vuoi metterti quello che ti pare fammi vendere 5 milioni di dischi poi potrai fare quello che ti pare”… Forse!”. E per chi dichiara la propria musica indipendente e porta avanti la sua strada ritrovarsi a suonare strofe dipese dalle decisioni di altri deve essere una cosa distruttiva. In pratica smetti di essere te stesso in un ambito, la musica, in cui essere se stessi è l’essenziale. E allora Andrea, dall’alto della tua esperienza, che consiglio ti senti di dare alle band emergenti per continuare a mettere mattoncini rimanendo sè stessi?
“Fare delle biografie decenti”. Ride di gusto. “Ovviamente scherzo, anche se la bio è la cosa più difficile da scrivere, perchè devi metterci tutte le esperienze del gruppo, non essere ridondante e neppure troppo sintetico. La biografia deve essere essenziale e forse lo stesso vale per la musica in generale.
Se un consiglio vero lo posso dare però, è quello di crederci e sapere che può non bastare. E’ proprio quello che ti spinge ad alzare il telefono o saltare in macchina e cercare locali su locali per fare una data del cazzo e continuare anche al quattrocentesimo NO, perché oggi se non spendi ogni singola goccia che hai in corpo per il tuo progetto musicale, se non bussi a tutte le porte possibili, è molto molto dura farcela”.
In pratica ti devi far donatore di sangue per la musica, e in tutto questo è possibile che ti serva una donazione a tua volta perché quanto ne dai e quanto te ne tira via.
“E poi ascoltare ragazzi: ascoltare altre band, la musica che piace e soprattutto quella che non piace, ascoltare le impressioni del pubblico, quelle degli “esperti”. Ascoltare tutto, prima o poi tornerà utile qualcosa”. Mi piace molto questo punto di vista e ci ho sempre creduto in questa cosa. Un musicista, o perché no uno speaker, che sogna di far carriera e passare la vita a farsi ascoltare per riuscirci deve, lui per primo, ascoltare gli altri. Ascolto, umiltà e pazienza. Ho ancora in mente le parole dei cari amici Amarcord che ci raccontano della loro avventura negli studi di Luciano Ligabue. Ho ancora in mente di come ci raccontavano una tranquillità, una felicità, disarmante di Lucianone nonostante,magari, le tante critiche che gli vengono mosse, nonostante non venda più i milioni di dischi come una volta (chi ci riesce adesso?!) nonostante sia invecchiato ecc ecc.
Per gli Amarcord sono state incredibili la sua umiltà di spirito e la consapevolezza che quel muro che si era costruito negli anni (facendosi il mazzo vero!) non sarebbe certo crollato sotto i colpi di quelle sterili critiche.
Perché la felicità è un muro fatto di vari mattoncini, che poi sono i vari ambiti e aspetti della tua vita in cui ti spendi. Quando te riesci a tirartelo su, da buon muratore, giorno dopo giorno nonostante tutto, diventi realmente consapevole di quello che sei in grado di fare e di costruirti. E di ricostruirti se dovessero scalfirlo anche in parte.
Allora è in quel momento che riesci ad andare nel culo a tutti. Giorno dopo giorno.
(Cit. dal vocabolario Bocconiano)
Questo è il muro di felicità che auguro a tutti.
..Giamba

3 risposte a "Quel faticoso muro chiamato felicità.."

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      1. Lo trovi su tantifilm. Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta! 🙂

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