Emanuele Richiusa: Il duro lavoro di un camaleonte.

Quando si parla di band o artisti emergenti spesso si cerca, o comunque si percepisce subito, la differenza tra chi insegue la ricerca del nuovo, del “creare/ideare” (che poi non è una scelta ma un bisogno che nasce da dentro, come direbbe la buona Claudia Vignolo) da chi fa una scelta di tipo diverso, come le cover. Qualsiasi band, o comunque la grande maggioranza di loro, appena formata decide di suonare cover per “affinare” l’alchimia tra i vari membri, per farsi conoscere a giro o semplicemente perché non ha subito del materiale inedito pronto ma ha voglia di suonare! Fatto lo scalino superiore si va verso la propria strada.

Chi, per la propria strada, sceglie di “rappresentare” una rock star, una band, un cantautore piuttosto che un mito della musica pop tesse uno studio e un lavoro intorno al personaggio che non ha solo lo scopo di riprodurlo fedelmente ma anche quello di cucirselo addosso per poterlo personalizzare e dare quel tocco di sé che rende la performance unica. Per quanti tributi possono esser fatti alla stessa rock star non saranno mai identiche fotocopie, ma interpretazioni uniche che raccontano l’essere del performer in quel momento sul palco. O per lo meno questo è l’obiettivo principe dell impersonator, l’elemento che l’artista ricerca.. per fare la differenza come si suol dire! Ecco perché c’è un sostanziale scalino, che si percepisce bene sul palco, tra la cover band e la tribute band. Ecco perché chi fa tributi non è “meno artista” di chi si scrive musica da solo, non lo fa per avere la carriera musicale più lanciata ed agevolata o perché si ottiene più risultati con uno sforzo minore, anzi al contrario! Sono sempre stato curioso di conoscere il lavoro che c’è dietro a queste performance, lo studio del personaggio, dei gesti, del costume, delle movenze. Questo lavoro me lo sono fatto raccontare da uno dei più bravi nel farlo che abbia imparato a conoscere. Lui è Emanuele Richiusa, cantante, pianista, musicista e produttore musicale. È impersonator di Freddie Mercury dai primi anni 2000 e dal marzo del 2016 anche frontman di AMIKA, ufficialmente il primo tributo italiano al grande showman Mika. Insomma un artista a tutto tondo riconosciuto a livello nazionale e non solo, ma comunque alla costante ricerca di modi per migliorarsi ed offrire uno spettacolo sempre nuovo e coinvolgente.

“La strada dell’impersonator non è assolutamente facile, ma regala grandissime soddisfazioni.” Mentre me lo spiega si capisce che nessun dettaglio è lasciato al caso. “Io personalmente opero uno studio maniacale sul personaggio: dettagli espressivi, movenze, vocalità, studio del coinvolgimento del pubblico, armonia, musicalità, strumenti suonati, coreografie, scenografie e  realizzazione/preparazione costumi. Solitamente lo studio intensivo lo si fa all’inizio del progetto, per cercare di far diventare quel personaggio “esperienza personale”; ovviamente poi la ripetizione degli show porta ad una maggiore conoscenza e facilità di esecuzione, ma il lavoro di ricerca e l’impegno non finiscono mai.Bisogna sempre stare sul pezzo, per cercare di accontentare il più possibile il pubblico e stupirlo/emozionarlo ogni volta con qualche sfumatura diversa, anche con una stesura e l’esecuzione di una set-list costruttiva e funzionale a rendere ogni serata unica nel suo genere.” Quindi qua si torna alla riflessione che facevo inizialmente: l’impersonator, per fare la differenza, deve necessariamente far trasparire se stesso sul palco? Nella mia ignoranza in materia mi viene da pensare che ci può essere un numero considerevole di cantanti e musicisti che studiano e interpretano Freddie Mercury o lo stesso Mika, (più o meno bene chiaramente) ma per rendere la performance veramente unica che nessun altro possa riprodurre Emanuele ci deve mettere dentro Emanuele. O sbaglio?

“Non sbagli, è proprio questo che fa la differenza! Sembra strano che un sosia o un impersonator riesca a mettere del suo nelle proprie performances; si cerca di imitare il più possibile l’artista di riferimento, quindi il metterci “del proprio” sembra un paradosso, ma è quello che devi fare per rendere unico lo spettacolo!” Mi viene da pensare anche che dare all’esibizione il “tuo tocco” sia una condizione molto importante affinché il confronto con l’originale, che il pubblico credo sia inconsciamente portato a fare, non ti pieghi e ti porti solo critiche.

“Personalmente riesco in maniera abbastanza naturale a mettere del mio nell’esecuzione di ogni singolo brano piuttosto che tra un brano e un altro durante uno show; inizialmente non me ne rendevo conto, poi il pubblico stesso mi ha fatto notare questa cosa, e molte persone mi hanno detto che l’equilibrio che traspare tra la somiglianza e la personalità è molto forte. I più bei commenti che mi arrivano dal pubblico, infatti, non sono quelli che riguardano la bravura, la tecnica, la perfezione nel ricreare il personaggio, ma sono quelli che comprendono parole quali “mi hai commosso”, “mi hai fatto emozionare”, “mi hai trasmesso gioia”, e così via. So di aver raggiunto il mio scopo primario nel momento in cui leggo questi messaggi negli occhi del pubblico, e ne ho conferma quando mi dicono a voce le loro impressioni in tale direzione. È per questo che ho spesso temuto il confronto con l’originale ma non l’ho mai subito fino al punto di portare il pubblico a rimanere deluso dalle mie performances. Sarà talento, sarà fortuna, questo non posso essere io a dirlo”. Beh il talento, la bravura e la preparazione sono innegabilmente di un livello altissimo. Lo dico io da spettatore. A questo punto una domanda “alla Giamba” ce la dovevo buttare! Mi viene da chiedere come mai Freddie Mercury e Mika e non qualsiasi altro cantante. C’è un’oggettiva somiglianza fisica (è incredibile come quelli che fanno tributi assomigliano agli originali, nei lineamenti e nel fisico, come se fossero nati a posta) ma non può essere il motivo, o per lo meno non l’unico.

“È un discorso di passione ed affinità artistiche. Penso di avere molte cose in comune nel mio percorso musicale con questi due artisti, oltre ad essere appassionato dei personaggi (due veri animali da palco!) e delle loro canzoni. Mi ci ritrovo abbastanza naturalmente nel cantare il loro repertorio e sicuramente questo mi ha aiutato nella scelta. Ho cantato e canto anche repertorio di altri artisti, chiaramente, ma con questi due sono ad un livello superiore. Provare per credere!”. Appurato che non si sceglie la carriera dell impersonator perché più facile rispetto ad una con canzoni inedite mi voglio riallacciare alla chiacchierata fatta con il buon Lorenzo Pucci per il mio articolo sulle visibilità data alle band emergenti. “Sfrutto” Emanuele in quanto diretto interessato. È vero che per una tribute band è più facile ritagliarsi un palco per suonare live?

“Penso che nel nostro paese sia più facile, purtroppo aggiungo. All’estero c’è una diffusa tendenza a promuovere band o artisti che eseguono inediti, perché la cultura musicale e le richieste del pubblico sono completamente diverse dalle nostre. Salvo gradite eccezioni, in Italia si tende a “riempire” una serata di tipo diverso con la musica, all’estero si tende a creare serate con la musica al centro dell’attenzione”. Poca voglia di osare e ricercare e molta di fatturare, come diceva Lorenzo. A proposito di osare e ricercare, di “stare sempre sul pezzo”, ho notato che hai lanciato un interessantissimo nuovo progetto sui tuoi canali social in cui interpreti altri artisti “nell’intimità” della tua stanza. Com’è la risposta del pubblico a questo tuo nuovo progetto?

“Per il momento è presto per trarre impressioni. Ho lanciato questa idea per farmi conoscere da più persone possibili, inoltre per me è un concetto di “creazione” artistica, mi metto in discussione diciamo così, e mostro alla gente che non sono in grado solo di “copiare” (anche se non è così) Freddie o Mika, ma anche di interpretare altra musica con la mia faccia originale. Sto anche lavorando a un progetto di brani inediti che pubblicherò anche su YouTube appena pronti! Ne sentirete delle belle!”. Non si può dire che Emanuele non sia uno che si da fare, ma d’altronde i risultati sono sotto gli occhi di tutti!

“Un grande sushi-chef giapponese ha detto che per avere successo nel proprio lavoro bisogna amare quel lavoro più di ogni altra cosa nella propria vita, curare estremamente ogni dettaglio senza lasciare nulla al caso, oltre a cercare di affinare sempre di più le proprie capacità. Credo di essere sulla giusta via, se non altro amo molto questo lavoro e cerco sempre di migliorarmi… anche se non sono uno chef stellato!”

Sicuramente, oggi giorno, far arrivare il tuo talento e la tua storia ai piani alti del pianeta musica è difficile almeno quanto pescare un salmone con le tue stesse mani e farlo diventare un sashimi gustosissimo che non avveleni nessuno ma che, al contrario, le persone possano guardare sul nastro del ristorante e sperare che quello a sedere prima di loro non glielo freghi da sotto il naso. Difficilissimo, certo, ma non impossibile. Questo è sicuro. Lorenzo Pucci ci ha chiesto di non mollare mai, davanti a nulla. Emanuele ci raccomanda di amare quello che facciamo con tutto noi stessi. Il tuo talento è roba seria, il tuo sogno è tutto. Devi voler bene al tuo talento perché ti è stato donato e devi far di tutto per aiutarlo a diventare unico. Mi viene sempre in mente l’immagine del signore che ogni giorno gioca a briscola con i suoi compari al circolo del paese. Se chiedi al pensionato qual è la regola principale della briscola non ti risponderà che il “seme” che sta al centro del tavolo è detto “briscola” e comanda sulle altre carte, ti risponderà che la regola principale è: voler bene alle tue carte, perché sono l’unico mezzo che hai per vincere. Se vuoi che loro ti aiutino a vincere te devi volergli bene e passare la giornata a pensare alle mosse per farle diventare le carte più forti di tutte. Tutti noi abbiamo pescato per lo meno una briscola tra le nostre carte, sta a noi aver voglia di lavorarci sopra e studiare ogni singola mossa per farla diventare quella decisiva. Magari l’andamento della partita ci massacrerà, anzi questo è sicuro, decine di “carichi” ci verranno “mangiati”,  pescheremo carte pessime e sbaglieremo spesso la mossa, ma ciò che conta, o per lo meno è quello che sento, è arrivare in piedi all’ultima mano, a quel momento in cui hai l’occasione della vita. E’ lì che, se hai voluto bene alla tua briscola iniziale, sarai in grado di mangiare il carico decisivo.

..GiAMba

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